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The Good, the Bad & the Weird (5)

Esiste un modo molto semplice per capire se una grafica è fatta bene o male: basta toglierle di dosso qualsiasi elemento tipografico esplicito e provare a capire dall’immagine nuda e cruda cosa questa voglia comunicare. Può trattarsi di un particolare elemento della trama o di uno stato emotivo nel caso di copertine e locandine; o di far capire al volo al possibile cliente l’oggetto o l’offerta pubblicizzati; o ancora, il voler informare che in città è arrivato un gruppo musicale che suona proprio quel genere che piace a noi.

È a questo che serve la grafica, non semplicemente a riempire uno spazio altrimenti bianco. A differenza di quanto si è infatti soliti pensare, la grafica non è un elemento rafforzativo delle parole. Semmai è l’esatto contrario, e questo per il semplice fatto che il primo impatto avviene sempre con le immagini e solo in un secondo tempo con i testi.

Proviamo allora a fare un gioco. Per questa volta non mi soffermerò troppo sulle scelte tipografiche delle titolazioni, per concentrarmi invece sugli elementi grafici e vediamo, seguendo il punto di vista sopra illustrato, perché le seguenti copertine risultano più o meno efficaci.

The Good

Per questo quinto appuntamento sono stato a lungo indeciso su quale copertina inserire nella sezione “good” e quale in quella “weird”, trattandosi in entrambi i casi di lavori un po’ fuori dagli schemi. Alla fine come apripista ho scelto il lavoro di David Gee per Cheers: a history of beer in Canada, che personalmente reputo una di quelle copertine che rasentano la perfezione, pur senza far sfoggio di chissà quale tecnica grafica particolare; solo tanta competenza da parte dell’autore nel giocare la sua particolarissima partita a scacchi. Mossa numero uno: attrarre l’attenzione con un effetto grafico insolito e quasi ipnotico. Mossa numero due: conquistare la simpatia del possibile lettore una volta che questi abbia letto il titolo dell’opera e abbia compreso la ragione di quel disegno così strano. Mossa numero tre: grazie all’utilizzo di font e colori dai tratti retrò, chiarire subito che quello che si ha in mano non è un romanzo, ma un saggio storico. Mossa numero quattro: convincere il possibile lettore, grazie all’ironia e alla chiarezza delle informazioni esposte nelle mosse precedenti, che quello che ha in mano non è il solito testo pesante e noioso, ma una disamina divertente su di un argomento apparentemente privo d’interesse. Scacco matto. Che altro dire, se non che David Gee è un fottuto genio?

The Bad

Fino a pochi giorni fa questa quinta tappa nel mondo delle copertine era in alto mare. Avevo quella bella, avevo quella strana… ma non riuscivo a trovare quella brutta. Non che le librerie siano invase da opere d’arte, sia chiaro, ma bisogna saper distinguere tra copertina e copertina. Perché qui non è questione di puntare il dito verso qualcuno gridando “ah ah” in perfetto Nelson style. Si tratta piuttosto d’imparare a riconoscere tutta una serie di magagne che sarebbe bene evitare qualora si voglia entrare nel mondo del self publishing in maniera seria. Magagne che il più delle volte hanno poco o nulla a che fare con la resa grafica delle immagini (fatta eccezione per alcuni casi isolati, la stragrande maggioranza delle copertine che si trovano in libreria sono comunque decenti sotto questo aspetto), quanto con la piattezza della resa espressiva.

Prendiamo la copertina de La discesa dei Luminosi. Da un punto di vista prettamente tecnico, la tavola non è un disastro completo. Oddio, rimane l’onnipresente Bevel & Emboss (mia personalissima nemesi), il font scelto è un po’ anonimo e quella sorta di sottotitolo “2012 La profezia dei Maya” (che nell’immagine da me caricata non si vede, ma che vi assicuro essere presente nella versione finale della copertina) fa cascare le braccia in quanto a originalità. Però, a conti fatti, c’è ben di peggio in giro.

Il problema è piuttosto un altro: di che diamine parla questo libro? Dovessi tirare a indovinare, direi che è la storia della controparte di Eminem in 8 Miles che va a fare una serata in un locale di Venezia, tirando giù rime in dialetto veneto. Yo! (che poi, detto tra noi, una trama del genere sarebbe decisamente più interessante di quella reale del libro) Davvero siamo arrivati al punto che per ottimizzare le vendite basta una frasetta che rimandi alla moda del momento? È questa la professionalità della grandi case editrici, quelle che dovrebbero fare da filtro (altra parola di moda negli ultimi tempi)? Perché se è davvero così, c’è da mettersi le mani nei capelli.

The Weird

Che si possa realizzare una copertina sfruttando esclusivamente la tipografia l’avevo già dimostrato nella prima sortita di GBW, mostrando il lavoro svolto da David Pearson per i romanzi di McCharty. Oggi torno sull’argomento con un’altra copertina, quella dell’edizione 1974 di Five Hundred Years of Printing di S.H. Steinberg, scoperta sfogliando il catalogo della Pelican Books, ma di cui non sono riuscito a reperire l’autore. Sì, lo so, avevo detto che non mi sarei soffermato sulla tipografia a favore della grafica. Ma, come penso sia ormai chiaro, nella sezione Weird inserisco sempre lavori che rompono gli schemi, e in questo caso la tipografia non rappresenta un elemento di contorno, bensì l’elemento grafico stesso.

A differenza però del lavoro di David Pearson, dove la tipografia era usata per colpire l’attenzione del possibile lettore con l’intensità di uno schiaffo, qui il suo scopo è di mostrare graficamente l’argomento del libro, in maniera più efficace di quanto possa fare qualsiasi quarta (che è poi lo scopo di una copertina che si rispetti, a ben vedere). Nessun orpello grafico, quindi, nessuna magia alla Photoshop. Solo un disegno semplicissimo, di fronte al quale molti penseranno “sì, vabbé, ma questo lo so fare anch’io”. Vero, verissimo. Peccato solo che nessuno ci avesse mai pensato prima…

Header 05-02-2012

Il rientro di prima riga

Breve ma doverosa premessa. Alcuni giorni fa ho chiesto a Giacomo “dr Jack” Mariani di rimuovere dal suo sito il link al PDF della guida all’uniformazione grafica realizzata dal sottoscritto quattro anni fa circa. Il file, ci tengo a sottolinearlo, era caricato con la mia piena autorizzazione a seguito della chiusura d’Infiniti Sentieri.

Se ho deciso di cancellarlo, ciò è dipeso da due ragioni. La prima: la guida conteneva alcune inesattezze sfuggitemi ai tempi. La seconda: a partire da oggi su Tabvla Rasa inauguro una serie di articoli brevi che andranno a coprire proprio quegli argomenti toccati dalla precedente guida, solo in maniera più precisa e legata all’ambito professionale (ergo, il software di riferimento non sarà più Word e affini, bensì inDesign, a cui dedicherò una serie di tutorial entro breve). Questi articoli verranno raccolti poi in un nuovo e-book, questa volta disponibile in vari formati.

Un’ultima cosa, prima di cominciare: qualora foste a conoscenza di altre copie della mia guida caricate chissà dove sulla grande rete, vi prego d’informarmi della cosa. Grazie.

Indovinate qual è la bozza della copertina della futura guida...

Cominciamo da un argomento solo all’apparenza semplice, ma che proprio per tale motivo è spesso oggetto di errori grossolani: il rientro di prima riga. Già in un precedente articolo avevo sottolineato la differenza tra capoverso e paragrafo. Per comodità, la ripropongo:

Un paragrafo è una sorta di “sottocapitolo”, evidenziato graficamente dalla presenza di una riga bianca prima e dopo di esso. Un capoverso è invece una sottounità del paragrafo che raccoglie uno o più periodi disposti uno di seguito all’altro, introdotta dal rientro di prima riga (non a caso, spesso chiamato proprio “capoverso”).

Già, ma quanto deve essere ampio il rientro di prima riga o capoverso che dir si voglia? Premesso che non esistono regole ferree in materia, è comunque considerata buona norma non superare mai una spaziatura pari a tre battute singole del font che si sta utilizzando in quel momento. Peccato solo che una I occupi meno spazio di una O, il che ci porta alla domanda di partenza. Per quanto mi riguarda, come “carattere” di riferimento uso lo spazio, ma ripeto: non esistono vere e proprio direttive, quindi, al di là della norma delle tre battute, molto dipende dal proprio buon gusto.

Ma ora complichiamoci la vita con un paio di variabili. Iniziamo con i capoversi introduttivi un capitolo o un paragrafo. Alcune case editrici, per una sorta di vezzo stilistico, preferiscono infatti non inserire alcun rientro di prima riga a questi capoversi, attivando la regola sopra descritta solo a partire dal secondo in poi.

La seconda variabile ha a che vedere invece con i capilettera, ovvero quei caratteri, assai maggiori nelle dimensioni rispetto a quelli che li seguono, posti all’inizio di un capitolo o, più raramente, di un paragrafo, talvolta ulteriormente sottolineati dall’utilizzo di un font diverso da quello del corpo principale del testo. In presenza di un capolettera, infatti, non si dovrà mai adottare alcun rientro di prima riga.

Header 01-02-2012

Futura: le specimen animé

In attesa del prossimo articolo “vero”, una piccola pausa tipografica, per la precisione un video realizzato da Thibault de Fournas e Christopher Wilson in onore di Futura, uno dei font più apprezzati di sempre per via della sua eleganza geometrica e le forme vagamente retrò. Per un amante degli stili minimalisti come il sottoscritto, Futura ha rappresentato sempre una sintesi pressoché perfetta di quello che cerco in un carattere tipografico (precisione e semplicità) e il video qui di seguito proposto rende perfettamente tale anima.

PS: Il video l’ho scoperto grazie a The Casual Optimist, blog che straconsiglio qualora siate anche voi appassionati di tipografia e grafica editoriale.

CREDITS
L’immagine dell’header è Futura Display, di Drums-tech.

Header 28-01-2012

Gli strumenti del mestiere: Celtx

È deciso: Gnommolo lo gnomo guerriero diventerà protagonista di una serie di millemila libri che vi renderà ricchi, famosi e (forse) sessualmente appetibili. Dopotutto è ormai da anni che fantasticate sulle sue mirabolanti avventure dopo quel fortuito starnuto di creatività (cit.) all’età di sette anni, mentre aspettavate il vostro turno ai bagni dell’autogrill. Avete tutto: un protagonista carismatico (se, vabbé…), una storia originalissima (dopotutto a chi mai è venuto in mente di parlare dell’ultimo gnomo della stirpe gnomica di Gnomolandia?) e un così gran numero di trovate geniali per la testa che a confronto Ray Bradbury vi fa una pippa.

Però, dall’alto della vostra saggezza, sapete anche che scrivere un romanzo di successo non è cosa semplice. C’è bisogno di talento, impegno e anche dei giusti strumenti di lavoro. Ecco, forse sui primi due c’è ancora un pochino da lavorarci su, ma nel frattempo perché non dare un’occhiata a qualche simpatico software che può renderci più semplice la vita sul versante organizzativo? L’importante è che abbia un nome figo, così da potervela un po’ tirare durante le future interviste.

Celtx what?

Celtx (acronimo di Crew Equipment Location Talent XML) è un software rivolto principalmente alla creazione di sceneggiature per cinema e teatro, ma che non disdegna romanzi, fumetti e podcast. Creato dalla Greyfirst e giunto ormai alla versione 2.9.1, Celtx è in buona parte supportato da una comunità che a oggi conta oltre un milione e mezzo di persone in tutto il mondo. Grazie proprio al così ampio bacino d’utenti e alla sua natura open source, Celtx è disponibile in ben 23 lingue tra cui l’italiano, ma soprattutto è gratuito e privo di restrizioni. Le uniche opzioni a pagamento sono rappresentate dagli addon, offerti però a prezzi quasi mai superiori ai 5$ ciascuno (anche meno qualora si optasse all’acquisto dei bundle in offerta), e dalla funzione Celtx Studio, di cui però parlerò in un capitolo a parte. Certo, non ci si aspetti la complessità di uno Scrivener dalla versione lite, ma considerando che nessun addon è fondamentale per la realizzazione di un lavoro professionale, non c’è davvero di che lamentarsi.

Primi passi dentro Celtx

Se c’è una parola chiave che accompagna l’utente in ogni singolo minuto dentro Celtx, questa è “semplicità”. L’interfaccia grafica è studiata infatti per avere sempre tutto a portata di mano, senza bisogno di navigare tra decine di finestre: al centro troviamo l’area di scrittura (contestuale all’opzione attivata), mentre ai lati abbiamo due barre ridimensionabili, contenenti a sinistra la libreria del progetto, ovvero l’elenco delle schede attivate con relative sottofunzioni, e a destra le opzioni per l’aggiunta di note o media, lo spoglio della sceneggiatura e lo store di Celtx.

Proprio la barra sinistra rappresenta il fulcro del programma. Come accennavo poche righe più sopra, da qui potremo gestire le funzioni generali di Celtx: fogli di sceneggiatura e di stesura dei capitoli, storyboard, sketch, cataloghi, piani di lavorazione, collegamenti ipertestuali, file allegati e calendari.

All'interno dell'articolo non ne parlo, trattandosi di una funzione rivolta soprattutto a chi realizza film, documentari o fumetti, ma ne approfitto qui: la storyboard è un capolavoro.

A proposito del foglio di sceneggiatura, questo sfrutta un doppio metodo di scrittura. Potremo infatti decidere di definire i singoli elementi che la compongono (intestazioni, azioni, personaggi, dialoghi, transizioni, inquadrature, testi generici ed eventuali parentesi) sia attraverso un menu a tendina, sia per mezzo di una serie di scorciatoie da tastiera prontamente descritte in basso a destra. Il sistema funziona così bene che basteranno pochi minuti per dimenticarsi del menu a tendina a vantaggio della rapidità della tastiera. Ottima anche la struttura a “tab” in basso, la quale permette di avere sempre a portata di click tutta una serie di strumenti con cui impaginare e organizzare la propria sceneggiatura (questa caratteristica è presente in maniera contestuale anche all’interno di altre funzioni di Celtx).

In alcune sue funzioni Celtx è programmato così bene da meritarsi novantadue minuti di applausi (cit.).

Ma il vero capolavoro risiede nel “catalogo”, il quale raccoglie a sua volta tutta una serie di sottocategorie attraverso cui descrivere ogni singolo elemento che andrà a comporre la nostra opera, piuttosto che la composizione della troupe qualora stessimo realizzando un film. Elenco le varie voci disponibili, giusto per rendere l’idea di cosa intendo quando parlo di completezza: abiti di scena, acconciature e parrucche, addestratore, animali di scena, animali di grossa taglia, armi, attore, CGI, comparse, controfigure e stunt, costruzioni, decorazioni di scena, dettagli di scena, effetti sonori, effetti speciali, elettricità, equipaggiamento speciale, fabbisogno di scena, fiori e piante di scena, FX meccanici, FX ottici, location, macchine da presa, musica, note di produzione, parco luci, personaggi principali, pittura, rinforzi, set, sicurezza, suoni, troupe, trucco, varie, veicoli. Che dite, può bastare?

Un ulteriore punto a favore di Celtx è come questi sia in grado di gestire in maniera autonoma le relazioni fra i singoli elementi sopra elencati. Per fare un esempio tra i tanti, una volta che avrete creato una scheda personaggio e un foglio di sceneggiatura, Celtx rileverà automaticamente se quel personaggio è presente o meno in quella scena, andando ad aggiornare la sua scheda.

Che pathos! Che tensione narrativa!

In merito proprio alle schede dei personaggi, queste adottano un sistema a form attraverso cui è possibile descrivere un personaggio non solo dal punto di vista fisico, ma anche e soprattutto in quella che è la sua psicologia, la sua storia e le sue motivazioni. Le opzioni sono così numerose da rischiare di passare più tempo a compilare moduli che a buttar giù l’opera vera e propria, ma d’altro canto quest’accuratezza torna comoda per creare personaggi solidi e non semplici macchiette. Peccato solo per l’assenza di elementi personalizzabili, ma è una mancanza da poco.

Dite la verità: anche voi siete dell'idea che Gnommolo traspiri carisma da ogni poro, vero?

Altre opzioni interessanti sono poi rappresentate dalla già citata possibilità di creare link a siti web o file esterni, dando vita un vero e proprio database di tutti gli strumenti che, in un modo o nell’altro, potrebbero servirci durante il nostro lavoro. Facciamo un esempio: poniamo il caso che il nostro Gnommolo, da bravo gnomo quale è, sia un esperto di stupefacenti di botanica. Perché allora non avere sempre sotto mano un link diretto al sito www.comenonfarmorireunapianta.com? O magari la foto di una Rafflesia Arnoldii, pianta che dobbiamo assolutamente inserire nella nostra storia?

Celtx Studio, ovvero quello che gli altri non hanno

E veniamo alla feature che più di ogni altra rende Celtx diverso dalla concorrenza: Celtx Studio. A un primo sguardo, Celtx Studio potrebbe sembrare un semplice sistema di cloud working volto a permettere a più persone di lavorare sullo stesso progetto contemporaneamente. Insomma, nulla di particolarmente innovativo. Tuttavia, a un livello più complesso Celtx Studio è in grado di trasformarsi in una sorta di social network per addetti al settore. Il servizio può essere infatti utilizzato anche per sponsorizzare il proprio lavoro all’interno della comunità di Celtx creando delle anteprime ad accesso limitato. Non a caso molti utenti registrati non sono sceneggiatori, bensì produttori.

Ovviamente tutto questo ha un prezzo, anche se va specificato un punto: Celtx Studio è rivolto al lavoro di gruppo e come tale l’abbonamento base permette l’accesso non a un singolo utente, bensì a 5, fino a un numero massimo di 45 nelle versioni può costose. Considerando che il prezzo massimo del servizio è di 4,99$ al mese ogni 5 utenti, ne consegue che si può finire a pagare meno di un Dollaro a testa ogni trenta giorni, prezzo che si abbassa ad appena 80 centesimi qualora si optasse per un abbonamento annuale. Aggiungiamoci il cambio favorevole per noi europei, i 5GB di spazio disponibile e backup multipli su server posizionati in più nazioni per una salvaguardia ottimale dei propri dati, e capirete perché Celtx è stato scelto da così grande numero di utenti in tutto il mondo.

Tutto perfetto, allora? Non proprio…

Celtx è un buon programma, per non dire ottimo, e su questo non ci piove. Ciò non significa tuttavia che sia perfetto. Al suo interno sopravvive infatti tutta una serie di piccoli difetti a tratti davvero noiosi.

Innanzitutto, ogni volta che aprirete il programma le colonne laterali verranno caricate nella loro posizione standard. Non importa che voi le vogliate entrambe attivate o disattivate, sottili o larghe, perché tanto Celtx se ne fregherà ampiamente delle vostre preferenze, obbligandovi ogni volta a risistemare il layout da zero.

Ma soprattutto, che senso ha che ogni funzione, una volta aperta, porti alla nascita di una tab nell’area di lavoro centrale, data la presenza della barra laterale? Non avrebbe più senso sfruttare il medesimo sistema di Scriveneer, dove basta cliccare sull’elenco degli elementi sulla barra laterale perché questi vengano visualizzati in automatico? Anche perché tali tab non possono nemmeno essere riordinati, il che li rende doppiamente inutili. Anzi, tre volte inutili visto il prezioso spazio occupato sullo schermo, e chi, come il sottoscritto, lavora con un laptop sa bene a cosa mi riferisco.

Se ve lo state chiedendo, la risposta è sì, la versione "liscia" di Celtx ha quattro opzioni in croce per la realizzazione degli sketch. Come ampliarle? Ovviamente acquistando un addon.

Conclusioni

Stabilire quale sia il programma migliore per la realizzazione di fiction o sceneggiature non è facile. Al di là infatti di quelli che possono essere pregi o difetti oggettivi (semplicità d’uso da una parte, presenza di bug dall’altra), molto dipende da quello di cui il singolo utente ha bisogno. Per quanto mi riguarda, Celtx rappresenta la sintesi (quasi) perfetta di quelle che sono le mie necessità: un programma leggero, non dispersivo e completo nelle sue funzioni. Non a caso lo uso da quasi due anni con grande soddisfazione e nemmeno l’arrivo di Scrivener su PC mi ha portato a migrare sul gioiellino di Literature and Latte. Non è detto che tutto ciò sia lo stesso che cercate voi, ma considerando che stiamo parlando di un programma gratuito, un giro di prova credo lo meriti, non trovate? E ora scusate, c’è uno gnomo che mi attende…

PRO CONTRO
È gratis… …ma gli addon e il servizio Celtx Studio si pagano (anche se poco).
Interfaccia user friendly… …ma ancora da ottimizzare.
Funzioni per scrittura di sceneggiature e descrizione di scene/personaggi senza pari… …ma la funzione sketch è ridotta ai minimi termini.
Traduzione in italiano più che dignitosa.

CREDITS
L’immagine dell’header è The writer di Peter James Irvine.

Header Helvetica vs Arial

Arial VS Helvetica: la storia completa

Quella che vi stiamo per raccontare è una storia di puro orrore.

Se fosse un film sarebbe Il sesto senso, con Dario Argento alla regia e Alvaro Vitali nella parte dello psicologo. Se fosse un libro sarebbe Nihal nella terra dei canguri. Se fosse una canzone sarebbe “mi chiamo Virgola, sono un gattino, sono la stella del telefonino”. Quella che vi stiamo per raccontare è una storia fatta di gente che copia gente che copia altra gente e di nessuno che si fa i cazzi suoi. Una storia di font fighetti tenuti in palmo di mano che in verità nascondono oscuri misteri. Una storia di cospirazioni, di software house miliardarie ma troppo pezzenti per acquistare una licenza e di giochi di potere per il monopolio del settore tipografico internazionale. Paura eh?

Arial VS Helvetica: dietro il design (cit.)

Chiunque conosca i fondamentali della tipografia avrà sentito nominare almeno una volta la questione “Arial VS Helvetica”. Per tutti gli altri, ecco il riassunto: secondo una leggenda urbana – ahimé – dura a morire, Arial sarebbe stato creato dalla Microsoft per non pagare i diritti di Helvetica, uno dei font più famosi e (ab)usati al mondo, così da poter sfruttare a sbaffo un carattere pressoché identico all’interno dei propri prodotti (non a caso Arial è stato per anni il font standard di Office, questo almeno fino all’avvento di Windows Vista e il passaggio di testimone a Calibri). Insomma, un plagio bello e buono. Questa storiella circola ormai da anni. Peccato solo che contenga parecchie inesattezze e ben poche verità. Perché se è vero che tra questi due font esistono forti somiglianze (e comunque meno rispetto a quanto sostenuto da chi parla solo per sentito dire), è altrettanto vero che parlare di plagio non sta né in cielo né in terra. Ma procediamo con ordine.

Tutto ha inizio nel 1957. Max Miedinger è un disegnatore freelance che collabora con la fonderia Haas di Münchenstein, in Svizzera, con la quale aveva già lavorato in passato come impiegato commerciale. Ma l’aria che tira quell’anno non è buona. La Haas è ormai sull’orlo del fallimento, accerchiata da decine di font di successo… non suoi.

Eduard Hoffmann, direttore della Haas, si gioca allora il tutto per tutto. Chiama Miedinger e gli dà precise informazioni su quello di cui ha bisogno: un font neutro, di chiara lettura, privo di una vera personalità, eppure riconoscibile, in grado cioè di adattarsi alle situazioni più disparate, dai loghi alla cartellonistica, dai giornali alle copertine, passando ovviamente per la Serie A: la pubblicistica. E quale poteva essere il metro di paragone da cui far partire questo disperato tentativo di rivalsa? Ovvio: il font standard per eccellenza, che ai tempi rispendeva al nome di Akzidenz Grotesk, creato nel 1896 dalla fonderia H. Berthold AG e poi rimodernato e ampliato negli anni Cinquanta. Ecco allora Miedinger ritoccare una linea lì, uno spessore là e – PUF! – ecco spuntare il Neue Haas Grotesque, in seguito ribattezzato Helvetica quando alcuni anni più tardi la Haas si fonderà con la Linotype, inconsapevole che la sua creatura sarebbe diventata uno dei più grandi successi commerciali nel campo della tipografia moderna.

Stacco.

Akzidenz Grotesk sopra, Helvetica sotto. Gemelli separati alla nascita?

Siamo nel 1982. L’IBM si appresta a lanciare sul mercato due nuove stampanti per l’ufficio: la 240-DPI 3800-3 e la 600-DPI 4250. A occuparsi della fornitura dei font bitmap per queste stampanti è la Monotype, una delle società di design tipografico più famose al mondo. Per il modello 600-DPI 4250 tra i font standard viene scelto l’Helvetica. Ma per la 3800-3 proprio Helvetica viene sostituito dall’Arial, font creato sempre nel 1982 da due designer pressoché sconosciuti nel panorama tipografico internazionale, Robin Nicholas e Patricia Saunders, entrambi dipendenti della Monotype.

Ma perché Monotype ha voluto creare un carattere così simile all’Helvetica fino al punto di lasciare quest’ultimo in disparte in alcuni suoi contratti? E cosa ci faceva il 23 Marzo a Trieste quell’uomo dall’aria inquietante a prendere un caffè al bar della stazione? Ah, scusate, questo non c’entra niente…

Stacco.

Helvetica è ancora oggi uno dei font più utilizzati in assoluto nella segnaletica urbana.

Metà anni Settanta. John Warnock è un dipendente della Evans&Sutherland, società di computer grafica, a cui nel 1976 viene affidato il compito di creare un sistema per la gestione di un database tridimensionale presso il porto di New York. Nasce così Design System, un linguaggio informatico specializzato nella gestione della grafica dei documenti.

In quello stesso periodo alcuni ricercatori della Xerox PARC (Palo Alto Research Center) danno alla luce la prima stampante laser della storia. Ma c’è un problema: occorre un linguaggio che permetta alla stampante di comunicare con i computer e definire così la struttura grafica delle pagine. Dopo due anni di lavoro Bob Sproull e il suo team creano così Press, linguaggio che però non otterrà grandissimo successo, se non all’interno degli stessi prodotti Xerox (come lo Star), per via di una complessità e rigidità d’utilizzo non indifferenti.

Edizione speciale dell'agenda Moleskine dedicata ai cinquant'anni di Helvetica

Nel frattempo (siamo nel 1978) a John Warnock viene proposto di trasferirsi nello Utah, presso la sede principale della Evans&Sutherland. Ma Warnock rifiuta, preferendo il clima della California alla promozione. Decide così di andare a lavorare per la Xerox PARC, dove incontra Martin Newell. E proprio qui l’esperienza accumulata da Warnock con il Design System dà i suoi frutti, fino a dar vita al linguaggio JaM (dalle iniziali Warnock e Newell), in seguito ribattezzato InterPress.

Le potenzialità di InterPress sono enormi, ma nessuno all’interno della Xerox sembra coglierle davvero. Così, dopo una serie d’infruttuosi tentativi di convincere i vertici aziendali a trasformare il linguaggio in un vero e proprio prodotto commerciale, Warnock decide di fanculizzare la Xerox e, assieme al suo capo, Charles Geschke, fonda nel 1982 quella che diventerà una delle più importanti aziende nel campo della grafica digitale di sempre: la Adobe (oggi meglio nota come la software house che ti obbliga a vendere la nonna se vuoi comprare uno dei suoi programmi). Due anni più tardi InterPress evolve in PostScript, diretto progenitore dell’attuale formato PDF. Come font standard per PostScript vengono scelti quattro caratteri (un caso? io non credo): Times, Courier, Symbol e – rullo di tamburi – Helvetica. Oltretutto Adobe si preoccupa di pagare tutti i diritti su tali font, comportandosi proprio da bravo bambino. Già… Ma ne siamo davvero così sicuri?

Da sinistra a destra: Steve Jobs, Bill Gates e John Warnock. Prego notare la simpatia e l'allegria che corre tra loro.

Nel campo informatico, gli anni Ottanta sono stati un periodo memorabile. Le nuove tecnologie di miniaturizzazione delle componenti e lo sviluppo di software user friendly come Page Maker portano infatti a un progressivo cambio di prospettiva nei confronti dei computer, non più visti come soli strumenti di lavoro rivolti a un’utenza di alto livello. Questa fortunata intesa di software e hardware porta al boom dell’editoria “fai da te”, settore di cui Adobe coglie le potenzialità economiche e del quale vuole essere leader.

Adobe crea allora due diversi standard per l’output dei font: il formato Type 1, che permette una resa di altissima qualità, e il Type 3, dai risultati decisamente più scarsi. È da qui che parte la strategia offensiva di Adobe. Se infatti l’azienda fondata da Warnock e Geschke non si fa problemi a spiegare la procedura per creare un font Type 3, così non è per il Type 1, la cui tecnologia rimane un segreto ben custodito. Detto in soldoni: Adobe vuole il mercato di fascia alta tutto per sé.

Un paio di locandine che utilizzano al loro interno Helvetica

A questo punto la sfida è lanciata. Per anni moltissime software house cercano di svelare i segreti del Type 1, senza però grossi risultati. Nel frattempo Microsoft e Apple tentano una strada diversa: creare un nuovo formato in grado di rivaleggiare con il genietto di casa Adobe. Nascono così rispettivamente TrueImage e TrueType, formato, quest’ultimo, più “open” e compatibile con PostScript, pur non dipendendo da esso (belli i tempi in cui Apple si comportava ancora da azienda seria, eh?). La strategia messa in atto da Microsoft e soprattutto da Apple dà finalmente i suoi frutti, tanto da costringere Adobe a svelare i misteri di Type 1 per non rischiare di perdere fette di mercato troppo consistenti. Addirittura, a fine anni Novanta Adobe e Microsoft si troveranno a collaborare insieme per un nuovo formato, l’OpenType, ma questa è un’altra storia.

Scena tratta dal telefilm Fringe. Indovinate un po' quale font viene utilizzato?

Arrivati a questo punto è bene spiegare le ragioni di questa lunga digressione sul mondo delle scaramucce tipografiche. Bisogna infatti sapere che dopo il successo internazionale di Helvetica, in tutto il mondo erano cominciati a spuntare come funghi valanghe di cloni pressoché identici all’originale ma ovviamente non autorizzati. In effetti si potrebbe quasi dire che più che di “successo di Helvetica” bisognerebbe parlare di “successo dello stile Helvetica”, tanto che, come ricorda il graphic designer Mark Simons, è molto probabile che buona parte degli Helvetica utilizzati negli anni Settanta non fossero in verità Helvetica.

La stessa cosa è accaduta con l’avvento di PostScript. La strategia adottata da Adobe in merito ai suoi formati proprietari ha portato alla nascita di un numero indefinito di cloni a loro volta offerti in bundle con altri cloni, ovvero font pressoché identici agli originali di proprietà di aziende in affari con Adobe. Insomma, una sorta di sistema a scatole cinesi formato da bundle di “software per la comunicazione stampante-computer + font”.

Ma torniamo alla domanda posta qualche paragrafo addietro: perché un’azienda storica e rispettabile come Monotype avrebbe creato un mezzo clone di Helvetica? La risposta sta proprio nella sua storia e rispettabilità. Per un gruppo come Monotype abbassarsi al livello delle piccole e disoneste fonderie sarebbe stato uno smacco imperdonabile. Molto meglio allora creare un font dotato di quel minimo di personalità tale da poterlo spacciare come un prodotto nuovo.

Per certi versi questo comportamento è persino peggiore di quello adottato dai plagiari di professione, ma la Monotype non si è mai fatta troppi scrupoli in merito. Basti pensare a casi simili, come il Monotype Book Antiqua (clone del Palatino), al Monotype Corsiva (clone dell’ITC Zapf Chancery), al Monotype Sorts (clone dell’ITC Zapf Dingbats), al Monotype Century Gothic (clone dell’ITC Avant Garde Gothic Book) o al Monotype Bookman Oldstyle (clone dell’ITC Bookman Light), tutti inseriti da Microsoft nel suo pacchetto Office per aggirare gli alti costi delle licenze originali (da qui la falsa credenza che Arial sia stato creato dalla Bill Gates e soci). Tuttavia se si vuole giudicare l’Arial con obiettività occorre anche saperne cogliere quegli aspetti che lo differenziano da Helvetica.

In ordine: Heveltica, Arial e Grotesque 215 (il perché della presenza di questo terzo font viene spiegata più avanti nell'articolo)

Ho già detto all’inizio che parlare di plagio in merito ad Arial non è del tutto corretto. Se le intenzioni nascono infatti dalla precisa volontà di aggirare il sistema monopolistico attuato da Adobe, il risultato finale prende spunto anche da altri font. Innanzitutto, in cosa Arial ed Helvetica sono pressoché identici? Di certo nelle forme di molte lettere. Anche un tipografo esperto avrebbe infatti molte difficoltà a stabilire la differenza tra le versioni Helvetica e Arial delle lettere b, d, h, i, k, l, m, n, o, p, q, o, v, w, x e z. Tuttavia molte altre presentano forti diversità, vedi la G, la Q e la R, per non parlare del numero 1. Quello che accomuna questi due font è invece il peso dei tratti e degli spazi. Lo spessore delle linee è infatti lo stesso, così come la spaziatura tra le lettere. La ragione è semplice: Monotype voleva permettere ai suoi utenti di sostituire Helvetica con Arial senza che l’impaginazione delle pagine ne venisse intaccata.

Arial presenta però anche altri elementi di design che lo allontanano da Helvetica. Le parti conclusive di molti tratti sono infatti caratterizzate da tagli obliqui (vedi le lettere c, e, f, g, j, r, s, t e y), per non parlare dell’assenza del “ricciolo” tipico della a. Che si tratti di idee originali? Macché! Si tratta in verità di un prestito dal Grotesque 215 (ma almeno in questo caso la scopiazzatura avviene dentro casa, trattandosi sempre di un font made in Monotype). Mettendo a confronto i tre suddetti font appare ancora più lampante come l’Arial rappresenti un vero e proprio ibrido tra l’Helvetica e il Grotesque 215 (ecco perché a inizio articolo ho scritto che chi agita la bandiera del plagio dimostra di non sapere minimamente di cosa sta parlando). La prova finale si ha osservando la R, la cui coda appare come un compromesso tra lo stile “grotesque” e quello “humanist”.

Sia chiaro: stabilire che Arial non può essere considerato a tutti gli effetti un plagio di Helvetica e che pure quest’ultimo, come dimostrato a inizio articolo, presenta più di un lato oscuro nel suo processo di creazione, non significa che Arial può essere considerato un buon font. Tutt’altro. Arial è goffo, privo di personalità, anonimo. Se dovessi scegliere tra questi due font per un qualsiasi design, non avrei dubbi: sceglierei Helvetica (cosa che difatti mi è capitata più volte, vedi il catalogo disegnato per Elle Emme Italia). Perché Helvetica sarà pure abusato, ma se usato in piccole dosi e magari in una delle sue varianti più moderne ha ancora il suo perché. Senza contare che proprio la sua neutralità (dopotutto è nato in Svizzera) lo rende ancora oggi una delle scelte migliori in caso di dubbi.

Soufflé di conclusioni con spruzzatina di seghe mentali

In merito al mai troppo bistrattato Comic Sans, il suo papà Vincent Connare ha detto una volta:

«If you love it, you don’t know much about typography. If you hate it, you really don’t know much about typography. Either, and you should get another hobby.»

«Se lo ami, non ne sai molto di tipografia. Se lo odi, non ne sai veramente nulla di tipografia. In entrambi i casi, dovresti scegliere un altro hobby.»

La stessa cosa si può dire per l’Arial. Chi si limita a snobbarlo perché “clone” di Helvetica lo fa solo per ignoranza dell’argomento, anche perché a questo punto si potrebbe dire che lo stesso Helvetica è un clone dell’Akzidenz Grotesk, che a sua volta è un clone dei precedenti font grotesk e così via indietro nel tempo fino a Gutemberg. Detto in altri termini, giudicare due font per via delle somiglianze dell’uno rispetto all’altro significa non avere ben chiaro in cosa consista veramente la tipografia. Non è questione di “buoni” e “cattivi” o “belli” e “brutti”. È questione di avere un vero senso critico in grado di stabilire i vantaggi di un carattere tipografico rispetto a un altro a seconda della situazione e di capire che sono proprio i piccoli dettagli a fare la differenza.

Se ho deciso di partire dalla tipografia per introdurre l’argomento “uniformazione grafica” è perché nel campo del self publishing è necessario tenere sempre a mente che proprio l’attenzione ai dettagli dev’essere massima e che nulla va trascurato. Per questo ci tenevo a spiegare in maniera quanto più esauriente possibile l’annosa questione “Arial VS Helvetica”, andando a spiegare non solo in cosa questi due font si assomigliano, ma soprattutto il perché. Insomma, al di là delle informazioni contenute in questo articolo, mi premeva stabilire un modus operandi che farà da base anche per i futuri articoli.