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A lezione di inDesign CS6 – Lezione 1

Una volta il Duca mi ha detto che ho il brutto vizio di chiedere troppe volte scusa. È vero, lo confermo. Quindi questa volta eviterò inginocchiamenti sui ceci e frustate in pubblica piazza come ammenda per la mia prolungata assenza. No, sarò forte! Quindi partiamo subito con l’articolo e via andare.


SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE, SCUSATE…

Indesign, questo sconosciuto

Poco prima dell’inizio del mio periodo di “pausa” avevo accennato alla volontà di realizzare una serie di tutorial su inDesign rivolti specificatamente al campo del self publishing. Ecco quindi la prima lezione, la quale inizia con una domanda: che cos’è inDesign?

inDesign è un programma rivolto al Desktop Publishing (DTP), ovvero l’elaborazione e organizzazione di qualsiasi contenuto di ambito grafico/editoriale (business card, poster, brochure, cataloghi, riviste, libri ecc.). A differenza di altri programmi, come ad esempio Latex, inDesign appartiene alla filosofia del WYSIWYG (What You See Is What You Get). Detto in altri termini, ogni modifica apportata al foglio di lavoro è visibile in tempo reale sullo schermo.

Ciò che conferisce a inDesign una marcia in più rispetto alla concorrenza è però il suo appartenere all’universo Adobe, ovvero la capacità d’interagire senza problemi (o quasi) con gli altri programmi del colosso a stelle e strisce, Photoshop e Illustrator in primis (basti pensare alla possibilità d’importare i file .psd di Photoshop gestendone livelli e trasparenze). Se non la principale, questa è quantomeno una delle ragioni per cui negli anni inDesign è diventato uno dei programmi di DTP più utilizzati al mondo, il tutto a sfavore di software storici come QuarkXPress, che pur continua a detenere grosse fette di mercato.

A questo punto sorge un’altra domanda: perché mai io, autore indipendente, dovrei imparare a utilizzare un programma rivolto comunque a un’utenza specializzata e non certo agli entry level?

La risposta è semplice. Perché se è pur vero che inDesign non è un programma per tutti (questo almeno se lo si vuole utilizzare al pieno delle sue potenzialità, visto che a un livello base è forse il programma più semplice da padroneggiare tra quelli della suite Adobe), lo è altrettanto che chi opera nel campo indipendente non può e non deve sottrarsi dall’imparare a gestire la sua opera in ogni singolo dettaglio.

Prima di cominciare con il tutorial vero e proprio, un paio di precisazioni: questo articolo, così come i successivi, si baserà sulla versione CS6 in lingua inglese, l’ultima attualmente disponibile sul mercato. La scelta questa versione anziché di quella localizzata in italiano dipende dal semplice fatto che il 90% dei tutorial in giro per la rete è in lingua inglese. Quindi, qualora un domani voleste approfondire altri aspetti di inDesign o di un qualsiasi altro programma Adobe, non dovrete scervellarvi su come tradurre i comandi o su dove trovarli nell’interfaccia. Infine, la piattaforma di riferimento sarà Windows. Se quindi siete degli hipster con la fissa per le mele morsicate, sappiate che dovrete “tradurre” i comandi da me descritti nell’equivalente della iLingua dei Mac.

Le impostazioni base di un documento

È dunque arrivato il momento di far partire inDesign. Il primo impatto è quello tipico di molti programmi di videoscrittura, con la possibilità o di accedere ai file aperti di recente o di creare un nuovo documento, più tutta una serie di link a vari servizi quali guide introduttive, online store ecc. Nel nostro caso a interessarci è la sezione Create New, e nello specifico la sottocategoria Document. Le funzioni Book e Library verranno infatti trattate più avanti, quando si tratterà di dover organizzare i vari capitoli del nostro e-book e di lavorare con gli indici.

Tutorial inDesign 1-1

Una volta cliccato su Document accederemo al relativo pannello di descrizione del foglio su cui andremo a lavorare.

Tutorial inDesign 1-2

Vediamo ora nel dettaglio tutte le varie voci. Per chi fosse abituato a lavorare con le scorciatoie da tastiera, tenga presente che è possibile navigare tra i riquadri tenendo premuto il tasto ALT assieme alla lettera sottolineata nel titolo della relativa funzione.

Document preset
Ogni volta che creiamo un nuovo documento, è possibile salvarne il template cliccando su Save preset, così da poterlo selezionare in futuro dal menu a tendina.

Tutorial inDesign 1-3

Intent
Da questo menu a tendina è possibile selezionare tre diverse opzioni (Print, Web e Digital Publishing), ognuna delle quali determinerà una variazione nelle funzioni della schermata di creazione del nuovo documento. Inutile dire che a noi interessa esclusivamente la voce Print.

Number of Pages
Se sappiamo già quanto spazio occuperà il nostro lavoro, potremo indicarne sin da subito il numero di pagine. Tale funziona torna utile soprattutto per piccoli lavori come brochure o business card, un po’ meno nel caso di libri di narrativa e non. Lasceremo quindi il valore a 1, aggiungendo di volta in volta le pagine necessarie. Ricordiamoci piuttosto di segnare la casella Facing Pages, così da lavorare con la struttura a pagine affiancate tipica di libri e riviste. Da notare come la selezione della suddetta funzione determini nella sezione Margins il cambiamento delle voci Left e Right rispettivamente in Inside ed Outside, questo perché quando le pagine sono affiancate i margini della facciata di sinistra e destra saranno speculari. La casella Primary Text Frame, invece, crea automaticamente nella pagina mastro del documento una casella di testo delle esatte dimensioni dell’area delimitata dai margini. Se vi state chiedendo che diamine sia una pagina mastro, tranquilli: sarà uno degli argomenti principali della seconda lezione.

Tutorial inDesign 1-4

Start Page n°
Come suggerisce il nome, questa funzione permette d’indicare il numero della prima pagina del nostro documento. Nulla di complicato, insomma. Ricordatevi però che se viene indicato un qualsiasi numero pari ed è selezionata l’opzione Facing Pages, il documento sarà sprovvisto di quello che potremmo definire il foglio di copertina, e questo perché nella grafica editoriale la pagina di destra è sempre dispari.

Page Size
Qui il nome dice tutto. Da questa sezione si gestiscono le dimensioni della pagina di lavoro, decidendo se affidarsi un formato standard internazionale (nel nostro caso il buon vecchio A4) oppure a uno personalizzato, andando anche a scegliere l’unità di misura (pica, punti, pollici, millimetri, centimetri o cicero). È anche possibile stabilire l’orientamento dei fogli, se verticale o orizzontale.

Columns
Anche qui nulla di complicato. Si tratta semplicemente d’indicare il numero di colonne in cui suddividere l’area di scrittura principale e il relativo spazio tra esse (Gutter). Nel nostro caso, avendo in programma d’impaginare un libro di narrativa e non, ad esempio, una rivista, lasceremo il valore su 1. Nulla c’impedirà più avanti, qualora ne avessimo bisogno, di distribuire un testo su colonne.

Margins
Come impareremo nel dettaglio già nella seconda lezione, il foglio di scrittura d’inDesign è suddiviso in riquadri concentrici (scusate il gioco di parole). Questi riquadri ci permettono di avere sott’occhio le diverse sezioni di lavoro. L’area più interna, ovvero quella che sfrutteremo per scrivere il corpo principale del testo, è delimitata dai margini superiore, inferiore, interno ed esterno (o rispettivamente di sinistra e destra, qualora non avessimo spuntato la casella Facing Pages, come già spiegato). Considerando che il nostro scopo è quello di scrivere un libro di narrativa, sfrutteremo dei margini piuttosto marcati, così da concentrare il testo su di un’area ristretta senza dare l’impressione che la pagina sia troppo carica (sfrutteremo cioè, seppur in una forma molto basilare, la regola degli spazzi bianchi). Ciò ci permetterà nelle aree inferiore e superiore d’inserire rispettivamente intestazioni e numerazione delle pagine, garantendo una buona distanza dal corpo principale del testo. Un’ultima nota: qualora si volessero usare margini simmetrici su tutti e quattro i lati, basterà spuntare l’icona a forma di catena, così che una modifica a un singolo margine comporti la modifica automatica anche dei restanti tre.

Bleed and Slug
Quest’area di default è nascosta e può essere visualizzata solo cliccando sul tasto More Options/Fewer Options (non chiedetevi il perché di quest’assurdità, è così è basta). Il Bleed (detta “pagina al vivo” in italiano) delimita l’area all’esterno del foglio di lavoro vero e proprio e che, all’interno di una tipografia professionale, viene tagliata dopo la stampa. Lo scopo della pagina al vivo è di evitare le tradizionali fasce bianche delle comuni stampanti domestiche, soprattutto quando le pagine sono interessate da immagini. Per tale “sbordo” basta un valore che va dai 3 ai 5mm, non di più.
Lo
Slug (area indicazioni, in italiano), invece, è l’area in cui inserire le informazioni per la stampa, le quali verranno poi scartate al momento del rifilo (taglio) della pagina.

Prima di lasciarci

E con questo per ora è tutto. Salvate il file con il nome che preferite e preparatevi per la prossima lezione, dove cominceremo a studiare più approfonditamente l’interfaccia d’Indesign e a studiarne le funzioni base, a partire dalle pagine mastro. E questa volta farò il possibile per non far passare dei mesi prima dell’articolo successivo. Per ora sentitevi fortunati: niente compiti a casa.

Header 01-11-2012

A volte tornano…

No, non sono morto. E non lo è nemmeno il sito. E quale giorno migliore per tornare se non la festa dei morti?

Diciamo piuttosto che mi sono voluto prendere un “piccolo” periodo di pausa per via sia di alcuni sviluppi lavorativi sia di eventi privati decisamente meno piacevoli. Ora però che la situazione generale si è riassestata è tempo di tornare al lavo…



Ah, no, scusate. Mi ero scordato che questa settimana c’è il Lucca Comics e che quindi nei prossimi tre giorni i miei interessi saranno focalizzati su fumetti, anime, i fondoschiena delle cosplayer, giochi di ruolo, conferenze, i fondoschiena delle cosplayer eccetera eccetera. Quindi facciamo che la riapertura ufficiale del sito la rimandiamo a settimana prossima, vi va?

Nel frattempo, giusto per cercare di dare un senso a questo articolo, vi lascio un bell’elenco dei libri, film e videogiochi che (nel bene e nel male) mi hanno impressionato maggiormente durante la mia latitanza. Sì, proprio quella sorta di pezzi di cui solitamente non gliene frega niente a nessuno. E non si sa mai che nel finale ci sia una piccola news.

Cosa ho letto? (romanzi)

THE GOOD: Una stanza piena di gente

1977. La cittadina universitaria di Columbus è sconvolta da una serie di stupri ai danni di giovani studentesse. Dopo un primo momento di smarrimento delle forze locali, le indagini sembrano però muoversi verso un’unica persona: Billy Milligan, ventiduenne con piccoli precedenti penali. Troppe infatti le prove nei suoi confronti, dalle testimonianze delle vittime ai rilievi della scientifica. Cominciano così gl’interrogatori, ma subito ci si rende conto che qualcosa non va in Billy. Ogni volta agli agenti sembra infatti di trovarsi di fronte a una persona diversa, a volte mansueta, altre violenta, altre ancora strafottente o infantile. La difesa richiede così una perizia psichiatrica, il cui esito non lascia dubbi: Billy Milligan è affetto da una grave forma di disturbo dissociativo della personalità, e per la prima volta nella storia giudiziaria americana una giuria emette una sentenza di non colpevolezza per infermità mentale. Assediato dai media e dall’odio dell’opinione pubblica, Billy tenta di ricostruirsi una vita, aiutato anche dal dottor David Caul, il cui lavoro sin da subito non si rivela facile. Perché dentro a Billy non convivono due personalità, e nemmeno tre o Quattro o sette, ma ben ventitré. Ha così inizio la storia di uno dei più eclatanti casi psichiatrici della storia, oltre che di un esperimento che non ha precedenti: curare la malattia di Billy facendo emergere una ventiquattresima personalità, chiamata il Maestro, in grado di governare tutte le altre.


THE BAD: Il trono di spade

Qui sarebbe meglio dire “cosa ho cercato di leggere”. Già, perché per quanti tentativi faccia, proprio non riesco ad apprezzare lo stile di Martin. Il ritmo è troppo lento, anche laddove potrebbe prendere la quinta; il che è un peccato, perché i personaggi sono in buona parte ottimamente caratterizzati (qui lo dico e qui lo nego: Arya è la mia preferita). Tuttavia vuoi l’assenza di situazioni in grado di provocarmi un vero sense of wonder, vuoi la lentezza con cui si dipana la storia, ho fatto davvero fatica ad arrivare al termine del primo volume, oltretutto “aiutato” dalla visione della serie televisiva, sulla quale però tornerò più avanti.

Cosa ho letto? (manga)

THE GOOD: Accel World

Dietro suggerimento del sempre aggiornatissimo Uriele, ho letto i primi due numeri di Accel World, storia di Haru, un cicciobomba costretto da alcuni bulli a vivere nei panni di un maialino ogni volta che si collega a Internet. Già, perché nel futuro Internet non è più un insieme di siti visualizzati su di uno schermo, ma una vera e propria realtà virtuale accessibile direttamente dal proprio cervello per mezzo di neuro-sincronizzatori. Un giorno Haru viene però avvicinato da una ragazza, Kuroyukihime (vincitrice a mani basse del premio “Nome Impronunciabile 2012”), che, colpita dalla sua abilità nello squash, gli propone di partecipare a un nuovo gioco: il Brain Burst, una realtà virtuale parallela a quella tradizionale dove i cinque sensi vengono amplificati a tal punto da far sembrare il mondo reale come immobile. C’è però una regola che governa il Brain Burst: ogni volta che ci si collega, si perdono punti recuperabili solo sconfiggendo un altro giocatore. Se però i punti scendono a zero, il programma viene definitivamente disinstallato dal neuro-sincronizzatore. Haru, grazie anche agli insegnamenti di Kuroquellarobalì, comincerà così la sua lenta scalata nella classifica di Brain Burst, con l’obiettivo di aiutare la ragazza a raggiungere il decimo di livello di esperienza, il cui premio è un incontro con il creatore del gioco. Come facilmente intuibile, Accel World è una lettura leggera (anche se meno banale di quanto la trama potrebbe far pensare), che visto il periodo è proprio quello che ci vuole per il sottoscritto.


THE BAD: Gantz

A distanza di circa sei mesi, ho ripreso in mano Gantz. L’ultima volta l’avevo mollato al termine della missione di Osaka, stanco di una formula diventata un po’ ripetitiva. Sapevo che di lì a poco sarebbe avvenuta la “katastrophe”, con relativo stravolgimento della trama, ma questo non mi ha impedito di volermi prendere una pausa. Fino a oggi, appunto. Riportatomi quasi a pari con il manga, o quantomeno con le sue scanlation, per qualche numero la serie a ripreso a piacermi. Tuttavia man mano che procedevo nella lettura una sensazione si faceva via via più forte, ovvero di trovarmi di fronte a un manga che non ha ancora deciso cosa fare da grande: non uno splatter duro e puro ma nemmeno un’opera di fantascienza in senso stretto, e pure il fan service è andato a farsi benedire con l’inizio dell’invasione aliena. Insomma, sono sempre più convinto che al termine del viaggio, difficilmente Gantz mi lascerà qualcosa.

Cosa ho visto? (cinema)

THE GOOD: Iron Sky

Avevo già avuto modo di parlare di questo film ai tempi d’Infiniti Sentieri. Progetto indipendente finanziato dal basso e cresciuto poi negli anni fino a poter godere di un budget generoso, Iron Sky è una commedia in salsa fantascientifica in buona parte riuscita. Bravi gli attori, ottimi gli effetti speciali e con un finale apocalittico che mi ha piacevolmente sorpreso. Il suo unico difetto, al di là di un paio di scene da commediola di quart’ordine, è quello di essere arrivato tardi sul mercato. Oggi vedere Sarah Palin nel ruolo di un presidente degli Stati Uniti di stampo fascistoide non fa più ridere come invece accadeva quattro anni fa, ma dopotutto questo è un problema comune a molti film indipendenti dalla lunga gestazione. Nel complesso Iron Sky rimane un film dignitosissimo. Solo un consiglio: guardatevelo in inglese, perché il doppiaggio italiano è di livelli infimi.


THE BAD: John Carter

Tra le poche pellicole che in questo 2012 decisamente povero di offerte allettanti mi hanno portato muovere le gambe verso il cinema più vicino, una è stata John Carter, film riassumibile in un “meh”. Perché se dal punto di vista scenografico non gli si può proprio dire nulla (in alcune scene sembra di venire catapultati in una tavola di Frank Frazetta, solo con meno tette e tanga), è l’atmosfera a non reggere i tempi. Fosse uscito anche solo quindici anni fa, John Carter sarebbe passato alla storia come un ottimo film d’avventura. Ma oggi l’universo di Burroughs fa a pugni con un’estetica che, volenti o nolenti, è cambiata radicalmente. E assieme a lei, temo di essere cambiato pure io…

Cosa ho visto? (serie TV)

THE GOOD: Il trono di spade

Tanto non mi è piaciuto il libro, quanto sto apprezzando la serie TV. Vuoi per gli attori, (quasi) tutti bravissimi, vuoi per il ritmo molto più sostenuto, Il trono di spade è riuscito a diventare sin da subito una delle serie che vedo con maggior piacere, al pari di Breaking Bad e mon amour Doctor Who, nonostante la presenza di alcune scene di nudo molto “what the fuck” e inserite a forza nella sceneggiatura (fisting?). Ma non mi lamento mica, sia chiaro…


THE BAD: The Walking Dead

Doverosa premessa: devo ancora cominciare la terza stagione, e la mia voglia in merito rasenta lo zero, nonostante in molti me ne stiamo parlando bene; e mi riferisco a gente che, al pari del sottoscritto, ritiene le prime due stagioni quanto di peggio passato sul piccolo schermo negli ultimi anni. Sì, perché nessuno riuscirà mai a convincermi del contrario: TWD è qualcosa d’inguardabile. Personaggi odiosi e idioti che non si sa come siano riusciti a sopravvivere fino a questo momento, attori che fanno a gara a chi è più cane, ma soprattutto una sceneggiatura da telenovelas argentina della peggior specie. Intendiamoci, anche Il trono di spade è un “Beautiful” travestito da fantasy, ma almeno lì ci sono scene d’azione e tette (soprattutto queste ultime, a ben vedere). Invece TWD che cos’ha? Gli zombie? Quelli che non si vedono praticamente mai se non immancabilmente negli ultimi 5 minuti del season ending? Ora, io a Darabont devo tanto, soprattutto uno dei migliori horror degli ultimi anni (The Mist, raro caso di pellicola superiore al racconto da cui è tratta), ma ciò non toglie che le prime due stagioni di TWD sono tra le peggiori produzioni televisive in cui mi sia mai capitato d’imbattermi.

Cosa ho giocato?

THE GOOD: Legend of Grimrock

Da giovani abbiamo avuto tutti una ragazza ideale (o ragazzo, bambola gonfiabile, pecora… non sarò certo io a giudicare gli altrui gusti). Immaginate poi d’incontrarla da adulti. Che effetto vi farebbe? A me, ludicamente parlando, è capitato proprio quest’anno con Legend of Grimrock. LoG è infatti quanto ho sempre desiderato da un gioco di ruolo vecchio stile ma che non sono mai riuscito a trovare: enigmi cervellotici, trappole mortali, nemici fortissimi e in netta superiorità, combattimenti tattici dove la chiave non è schiacciare tasti a caso, ma la studio attento di ogni mossa. Insomma: un dungeon crawler allo stato puro, che non lascia nulla d’intentato e capace d’incollare allo schermo per giorni al motto di “solo un’altra stanza e poi stacco”.


THE BAD: Mass Effect 3

Ok, togliamoci subito il dente: Mass Effect 3 è con tutta probabilità della più grande presa per il culo della storia videoludica. Sia chiaro: non giudico il finale in sé (che volendo ha una sua dignità), quanto il modo in cui ci si arriva. Perché posso anche accettare che la trama sia stata scritta dal figlio di cinque anni del capo sceneggiatore (roba che a confronto Pac Man ha un plot da Oscar), ma non che mi si prenda per i fondelli. Non mi si può ripetere per anni che ogni mia scelta nelle precedenti 100 ore di gameplay andrà ad influenzare il finale per poi uscirsene fuori con “oh, ma ci avevate creduto, poveri fessi?”. Questo significa non avere il benché minimo rispetto per il giocatore (e cliente), significa essere venditori di fumo della peggior specie, significa… Ah, lasciamo perdere. Bioware, dopo Mass Effect 3 e Dragon Age 2 con il sottoscritto hai chiuso.

Cosa scriverò?

E arriviamo infine alla news a cui avevo accennato nell’introduzione. Assieme al riavvio di sistema di Tabvla Rasa ho deciso di dar vita un blog parallelo, sul quale andare a trattare tutti quegli argomenti che per forza di cosa nulla hanno a che vedere il tema del suddetto sito. Questo mio nuovo angolo ottuso si chiamerà OGW (Old Gamer’s War), e come il titolo lascia supporre si baserà soprattutto sul mondo dei videogiochi, visti però con l’ottica del vecchio brontolone che vive dentro di me (ah, ai miei tempi non c’era mica la vita che si rigenerava da sola e checkpoint ogni 10 metri!). Attualmente il blog è in fase di costruzione, nella speranza di riuscire ad aprirlo entro la metà di Novembre.

E con questo è tutto. Ci si vede settimana prossima con l’inizio del tutorial a InDesign. Andate in pace.

PS: Poiché da domani fino a domenica sarò al Lucca Comics, non potrò rispondere a eventuali commenti su Tabvla Rasa.

PPS: Ah, se volete prendervela con qualcuno in merito al nome del nuovo blog, sappiate che è tutta colpa di Uriele.

Header GBW

The Good, the Bad & the Weird (5)

Esiste un modo molto semplice per capire se una grafica è fatta bene o male: basta toglierle di dosso qualsiasi elemento tipografico esplicito e provare a capire dall’immagine nuda e cruda cosa questa voglia comunicare. Può trattarsi di un particolare elemento della trama o di uno stato emotivo nel caso di copertine e locandine; o di far capire al volo al possibile cliente l’oggetto o l’offerta pubblicizzati; o ancora, il voler informare che in città è arrivato un gruppo musicale che suona proprio quel genere che piace a noi.

È a questo che serve la grafica, non semplicemente a riempire uno spazio altrimenti bianco. A differenza di quanto si è infatti soliti pensare, la grafica non è un elemento rafforzativo delle parole. Semmai è l’esatto contrario, e questo per il semplice fatto che il primo impatto avviene sempre con le immagini e solo in un secondo tempo con i testi.

Proviamo allora a fare un gioco. Per questa volta non mi soffermerò troppo sulle scelte tipografiche delle titolazioni, per concentrarmi invece sugli elementi grafici e vediamo, seguendo il punto di vista sopra illustrato, perché le seguenti copertine risultano più o meno efficaci.

The Good

Per questo quinto appuntamento sono stato a lungo indeciso su quale copertina inserire nella sezione “good” e quale in quella “weird”, trattandosi in entrambi i casi di lavori un po’ fuori dagli schemi. Alla fine come apripista ho scelto il lavoro di David Gee per Cheers: a history of beer in Canada, che personalmente reputo una di quelle copertine che rasentano la perfezione, pur senza far sfoggio di chissà quale tecnica grafica particolare; solo tanta competenza da parte dell’autore nel giocare la sua particolarissima partita a scacchi. Mossa numero uno: attrarre l’attenzione con un effetto grafico insolito e quasi ipnotico. Mossa numero due: conquistare la simpatia del possibile lettore una volta che questi abbia letto il titolo dell’opera e abbia compreso la ragione di quel disegno così strano. Mossa numero tre: grazie all’utilizzo di font e colori dai tratti retrò, chiarire subito che quello che si ha in mano non è un romanzo, ma un saggio storico. Mossa numero quattro: convincere il possibile lettore, grazie all’ironia e alla chiarezza delle informazioni esposte nelle mosse precedenti, che quello che ha in mano non è il solito testo pesante e noioso, ma una disamina divertente su di un argomento apparentemente privo d’interesse. Scacco matto. Che altro dire, se non che David Gee è un fottuto genio?

The Bad

Fino a pochi giorni fa questa quinta tappa nel mondo delle copertine era in alto mare. Avevo quella bella, avevo quella strana… ma non riuscivo a trovare quella brutta. Non che le librerie siano invase da opere d’arte, sia chiaro, ma bisogna saper distinguere tra copertina e copertina. Perché qui non è questione di puntare il dito verso qualcuno gridando “ah ah” in perfetto Nelson style. Si tratta piuttosto d’imparare a riconoscere tutta una serie di magagne che sarebbe bene evitare qualora si voglia entrare nel mondo del self publishing in maniera seria. Magagne che il più delle volte hanno poco o nulla a che fare con la resa grafica delle immagini (fatta eccezione per alcuni casi isolati, la stragrande maggioranza delle copertine che si trovano in libreria sono comunque decenti sotto questo aspetto), quanto con la piattezza della resa espressiva.

Prendiamo la copertina de La discesa dei Luminosi. Da un punto di vista prettamente tecnico, la tavola non è un disastro completo. Oddio, rimane l’onnipresente Bevel & Emboss (mia personalissima nemesi), il font scelto è un po’ anonimo e quella sorta di sottotitolo “2012 La profezia dei Maya” (che nell’immagine da me caricata non si vede, ma che vi assicuro essere presente nella versione finale della copertina) fa cascare le braccia in quanto a originalità. Però, a conti fatti, c’è ben di peggio in giro.

Il problema è piuttosto un altro: di che diamine parla questo libro? Dovessi tirare a indovinare, direi che è la storia della controparte di Eminem in 8 Miles che va a fare una serata in un locale di Venezia, tirando giù rime in dialetto veneto. Yo! (che poi, detto tra noi, una trama del genere sarebbe decisamente più interessante di quella reale del libro) Davvero siamo arrivati al punto che per ottimizzare le vendite basta una frasetta che rimandi alla moda del momento? È questa la professionalità della grandi case editrici, quelle che dovrebbero fare da filtro (altra parola di moda negli ultimi tempi)? Perché se è davvero così, c’è da mettersi le mani nei capelli.

The Weird

Che si possa realizzare una copertina sfruttando esclusivamente la tipografia l’avevo già dimostrato nella prima sortita di GBW, mostrando il lavoro svolto da David Pearson per i romanzi di McCharty. Oggi torno sull’argomento con un’altra copertina, quella dell’edizione 1974 di Five Hundred Years of Printing di S.H. Steinberg, scoperta sfogliando il catalogo della Pelican Books, ma di cui non sono riuscito a reperire l’autore. Sì, lo so, avevo detto che non mi sarei soffermato sulla tipografia a favore della grafica. Ma, come penso sia ormai chiaro, nella sezione Weird inserisco sempre lavori che rompono gli schemi, e in questo caso la tipografia non rappresenta un elemento di contorno, bensì l’elemento grafico stesso.

A differenza però del lavoro di David Pearson, dove la tipografia era usata per colpire l’attenzione del possibile lettore con l’intensità di uno schiaffo, qui il suo scopo è di mostrare graficamente l’argomento del libro, in maniera più efficace di quanto possa fare qualsiasi quarta (che è poi lo scopo di una copertina che si rispetti, a ben vedere). Nessun orpello grafico, quindi, nessuna magia alla Photoshop. Solo un disegno semplicissimo, di fronte al quale molti penseranno “sì, vabbé, ma questo lo so fare anch’io”. Vero, verissimo. Peccato solo che nessuno ci avesse mai pensato prima…

Header 05-02-2012

Il rientro di prima riga

Breve ma doverosa premessa. Alcuni giorni fa ho chiesto a Giacomo “dr Jack” Mariani di rimuovere dal suo sito il link al PDF della guida all’uniformazione grafica realizzata dal sottoscritto quattro anni fa circa. Il file, ci tengo a sottolinearlo, era caricato con la mia piena autorizzazione a seguito della chiusura d’Infiniti Sentieri.

Se ho deciso di cancellarlo, ciò è dipeso da due ragioni. La prima: la guida conteneva alcune inesattezze sfuggitemi ai tempi. La seconda: a partire da oggi su Tabvla Rasa inauguro una serie di articoli brevi che andranno a coprire proprio quegli argomenti toccati dalla precedente guida, solo in maniera più precisa e legata all’ambito professionale (ergo, il software di riferimento non sarà più Word e affini, bensì inDesign, a cui dedicherò una serie di tutorial entro breve). Questi articoli verranno raccolti poi in un nuovo e-book, questa volta disponibile in vari formati.

Un’ultima cosa, prima di cominciare: qualora foste a conoscenza di altre copie della mia guida caricate chissà dove sulla grande rete, vi prego d’informarmi della cosa. Grazie.

Indovinate qual è la bozza della copertina della futura guida...

Cominciamo da un argomento solo all’apparenza semplice, ma che proprio per tale motivo è spesso oggetto di errori grossolani: il rientro di prima riga. Già in un precedente articolo avevo sottolineato la differenza tra capoverso e paragrafo. Per comodità, la ripropongo:

Un paragrafo è una sorta di “sottocapitolo”, evidenziato graficamente dalla presenza di una riga bianca prima e dopo di esso. Un capoverso è invece una sottounità del paragrafo che raccoglie uno o più periodi disposti uno di seguito all’altro, introdotta dal rientro di prima riga (non a caso, spesso chiamato proprio “capoverso”).

Già, ma quanto deve essere ampio il rientro di prima riga o capoverso che dir si voglia? Premesso che non esistono regole ferree in materia, è comunque considerata buona norma non superare mai una spaziatura pari a tre battute singole del font che si sta utilizzando in quel momento. Peccato solo che una I occupi meno spazio di una O, il che ci porta alla domanda di partenza. Per quanto mi riguarda, come “carattere” di riferimento uso lo spazio, ma ripeto: non esistono vere e proprio direttive, quindi, al di là della norma delle tre battute, molto dipende dal proprio buon gusto.

Ma ora complichiamoci la vita con un paio di variabili. Iniziamo con i capoversi introduttivi un capitolo o un paragrafo. Alcune case editrici, per una sorta di vezzo stilistico, preferiscono infatti non inserire alcun rientro di prima riga a questi capoversi, attivando la regola sopra descritta solo a partire dal secondo in poi.

La seconda variabile ha a che vedere invece con i capilettera, ovvero quei caratteri, assai maggiori nelle dimensioni rispetto a quelli che li seguono, posti all’inizio di un capitolo o, più raramente, di un paragrafo, talvolta ulteriormente sottolineati dall’utilizzo di un font diverso da quello del corpo principale del testo. In presenza di un capolettera, infatti, non si dovrà mai adottare alcun rientro di prima riga.

Header 01-02-2012

Futura: le specimen animé

In attesa del prossimo articolo “vero”, una piccola pausa tipografica, per la precisione un video realizzato da Thibault de Fournas e Christopher Wilson in onore di Futura, uno dei font più apprezzati di sempre per via della sua eleganza geometrica e le forme vagamente retrò. Per un amante degli stili minimalisti come il sottoscritto, Futura ha rappresentato sempre una sintesi pressoché perfetta di quello che cerco in un carattere tipografico (precisione e semplicità) e il video qui di seguito proposto rende perfettamente tale anima.

PS: Il video l’ho scoperto grazie a The Casual Optimist, blog che straconsiglio qualora siate anche voi appassionati di tipografia e grafica editoriale.

CREDITS
L’immagine dell’header è Futura Display, di Drums-tech.