Esiste un modo molto semplice per capire se una grafica è fatta bene o male: basta toglierle di dosso qualsiasi elemento tipografico esplicito e provare a capire dall’immagine nuda e cruda cosa questa voglia comunicare. Può trattarsi di un particolare elemento della trama o di uno stato emotivo nel caso di copertine e locandine; o di far capire al volo al possibile cliente l’oggetto o l’offerta pubblicizzati; o ancora, il voler informare che in città è arrivato un gruppo musicale che suona proprio quel genere che piace a noi.
È a questo che serve la grafica, non semplicemente a riempire uno spazio altrimenti bianco. A differenza di quanto si è infatti soliti pensare, la grafica non è un elemento rafforzativo delle parole. Semmai è l’esatto contrario, e questo per il semplice fatto che il primo impatto avviene sempre con le immagini e solo in un secondo tempo con i testi.
Proviamo allora a fare un gioco. Per questa volta non mi soffermerò troppo sulle scelte tipografiche delle titolazioni, per concentrarmi invece sugli elementi grafici e vediamo, seguendo il punto di vista sopra illustrato, perché le seguenti copertine risultano più o meno efficaci.
The Good
Per questo quinto appuntamento sono stato a lungo indeciso su quale copertina inserire nella sezione “good” e quale in quella “weird”, trattandosi in entrambi i casi di lavori un po’ fuori dagli schemi. Alla fine come apripista ho scelto il lavoro di David Gee per Cheers: a history of beer in Canada, che personalmente reputo una di quelle copertine che rasentano la perfezione, pur senza far sfoggio di chissà quale tecnica grafica particolare; solo tanta competenza da parte dell’autore nel giocare la sua particolarissima partita a scacchi. Mossa numero uno: attrarre l’attenzione con un effetto grafico insolito e quasi ipnotico. Mossa numero due: conquistare la simpatia del possibile lettore una volta che questi abbia letto il titolo dell’opera e abbia compreso la ragione di quel disegno così strano. Mossa numero tre: grazie all’utilizzo di font e colori dai tratti retrò, chiarire subito che quello che si ha in mano non è un romanzo, ma un saggio storico. Mossa numero quattro: convincere il possibile lettore, grazie all’ironia e alla chiarezza delle informazioni esposte nelle mosse precedenti, che quello che ha in mano non è il solito testo pesante e noioso, ma una disamina divertente su di un argomento apparentemente privo d’interesse. Scacco matto. Che altro dire, se non che David Gee è un fottuto genio?
The Bad
Fino a pochi giorni fa questa quinta tappa nel mondo delle copertine era in alto mare. Avevo quella bella, avevo quella strana… ma non riuscivo a trovare quella brutta. Non che le librerie siano invase da opere d’arte, sia chiaro, ma bisogna saper distinguere tra copertina e copertina. Perché qui non è questione di puntare il dito verso qualcuno gridando “ah ah” in perfetto Nelson style. Si tratta piuttosto d’imparare a riconoscere tutta una serie di magagne che sarebbe bene evitare qualora si voglia entrare nel mondo del self publishing in maniera seria. Magagne che il più delle volte hanno poco o nulla a che fare con la resa grafica delle immagini (fatta eccezione per alcuni casi isolati, la stragrande maggioranza delle copertine che si trovano in libreria sono comunque decenti sotto questo aspetto), quanto con la piattezza della resa espressiva.
Prendiamo la copertina de La discesa dei Luminosi. Da un punto di vista prettamente tecnico, la tavola non è un disastro completo. Oddio, rimane l’onnipresente Bevel & Emboss (mia personalissima nemesi), il font scelto è un po’ anonimo e quella sorta di sottotitolo “2012 La profezia dei Maya” (che nell’immagine da me caricata non si vede, ma che vi assicuro essere presente nella versione finale della copertina) fa cascare le braccia in quanto a originalità. Però, a conti fatti, c’è ben di peggio in giro.
Il problema è piuttosto un altro: di che diamine parla questo libro? Dovessi tirare a indovinare, direi che è la storia della controparte di Eminem in 8 Miles che va a fare una serata in un locale di Venezia, tirando giù rime in dialetto veneto. Yo! (che poi, detto tra noi, una trama del genere sarebbe decisamente più interessante di quella reale del libro) Davvero siamo arrivati al punto che per ottimizzare le vendite basta una frasetta che rimandi alla moda del momento? È questa la professionalità della grandi case editrici, quelle che dovrebbero fare da filtro (altra parola di moda negli ultimi tempi)? Perché se è davvero così, c’è da mettersi le mani nei capelli.
The Weird
Che si possa realizzare una copertina sfruttando esclusivamente la tipografia l’avevo già dimostrato nella prima sortita di GBW, mostrando il lavoro svolto da David Pearson per i romanzi di McCharty. Oggi torno sull’argomento con un’altra copertina, quella dell’edizione 1974 di Five Hundred Years of Printing di S.H. Steinberg, scoperta sfogliando il catalogo della Pelican Books, ma di cui non sono riuscito a reperire l’autore. Sì, lo so, avevo detto che non mi sarei soffermato sulla tipografia a favore della grafica. Ma, come penso sia ormai chiaro, nella sezione Weird inserisco sempre lavori che rompono gli schemi, e in questo caso la tipografia non rappresenta un elemento di contorno, bensì l’elemento grafico stesso.
A differenza però del lavoro di David Pearson, dove la tipografia era usata per colpire l’attenzione del possibile lettore con l’intensità di uno schiaffo, qui il suo scopo è di mostrare graficamente l’argomento del libro, in maniera più efficace di quanto possa fare qualsiasi quarta (che è poi lo scopo di una copertina che si rispetti, a ben vedere). Nessun orpello grafico, quindi, nessuna magia alla Photoshop. Solo un disegno semplicissimo, di fronte al quale molti penseranno “sì, vabbé, ma questo lo so fare anch’io”. Vero, verissimo. Peccato solo che nessuno ci avesse mai pensato prima…



























